Il problema del Giorno della Memoria
Il problema del Giorno della Memoria non è tanto (perdonatemi il giro di parole) la memoria: l’olocausto si tiene in vita grazie alle testimonianze finché c’è ancora qualche deportato vivo, ai documentari, ai film. Non è neanche il senso di orrore che qualunque essere umano dovrebbe provare davanti alla violenza. E non è nemmeno l’istituzionalizzazione della ricorrenza: difficile confondere uno dei più grandi genocidi della Storia con San Valentino.
Il problema è nel ricordare solo il genocidio, solo l’orrore. Una volta che abbiamo vivide nella mente le immagini dei campi di concentramento nazisti, saremo in grado di impedire che la storia si ripeta?
No, perché le immagini mostrano solo le vittime, solo la violenza, e nascondono le dinamiche politiche, economiche e culturali che hanno creato il contesto sociale in cui ha avuto luogo l’olocausto. Mostrano il “cosa”, ma non il “come”. Il risultato finale è qualcosa di simile ai “Due Minuti d’Odio” descritti da George Orwell in 1984: siamo chiamati a provare compassione/pietà per le vittime ed odio/paura per i carnefici. Ma è solo un’emozione, poco più dello sbavare dei cani di Pavlov: condizionamento mentale.
Impedire il verificarsi di una nuova Shoah vuol dire anche stare attenti a come si muovono i politici, combatterli se necessario, seguire il corso degli eventi.
Se la Storia non viene presentata come un’entità organica, complessa, in tutte le sue sfaccettature, e se non viene percepita come la base su cui si fonda il presente, allora non serve.
E proprio non vorrei che il 27 gennaio diventi puro intrattenimento, l’auto-commozione che quanto siamo bravi che ci commuoviamo per le vittime quanto siamo bravi.




